Il Riformista 18/09/2026
In una fase in cui l’Europa torna a interrogarsi sulla propria capacità industriale e l’Italia guarda al dopo PNRR, il capitale privato assume un ruolo sempre più centrale per sostenere crescita, innovazione e competitività delle imprese. Domenico Lombardi, amministratore delegato del Fondo Italiano d’Investimento, racconta la strategia della SGR e le priorità del Piano Strategico 2026-2030. Prof. Lombardi come vede oggi l’economia europea? E quella italiana? «L’Eurozona mostra una resilienza superiore rispetto alle attese, ma la crescita rimane asfittica. La BCE indica un’espansione dell’area euro dello 0,9% quest’anno e dell’1,4% nel 2027. Oltre i dati congiunturali, osserviamo che energia, difesa, intelligenza artificiale, sicurezza delle catene di approvvigionamento e materie prime critiche stanno riportando al centro il tema della capacità industriale di un Paese. La questione europea è capire dove vogliamo produrre, quali tecnologie vogliamo presidiare e quali dipendenze strategiche siamo disposti ad accettare. Anche l’Italia mostra una capacità di tenuta importante e non è un Paese condannato alla stagnazione. Abbiamo una base manifatturiera molto diversificata, filiere di eccellenza, una forte propensione all’export e un tessuto imprenditoriale straordinariamente vitale. Il vero tema europeo – e italiano – non è quanto cresciamo, ma come cresciamo». Il PNRR ha sostenuto grandi investimenti. Cosa succederà quando la spinta verrà meno? «Il successo del PNRR andrà misurato da quanto investimento privato saremo riusciti ad attivare dopo la sua conclusione. Per questo il post PNRR è quasi più importante del PNRR stesso. Dobbiamo passare da una fase con spesa pubblica che sostiene gli investimenti a una con il capitale privato che ne raccoglie il testimone». Quanto conta la maggiore stabilità macroeconomica e finanziaria dell’Italia? «Molto, perché il capitale ha bisogno di fiducia e prevedibilità. L’Italia sta perseguendo una linea di responsabilità e stabilità macro-fiscale, in un contesto internazionale molto complesso. Il deficit è sceso al 3,1% del PIL nel 2025 e la Commissione europea lo prevede sotto il 3% quest’anno. I mercati hanno ampiamente riconosciuto questo cambiamento. E lo stesso hanno fatto le agenzie di rating. Restano un debito pubblico molto elevato e soprattutto il problema della crescita potenziale. È arrivato il momento di mobilitare e attrarre capitali di lungo periodo per le nostre imprese». Il private equity può div e n tare uno strumento di politica industriale? «L’Italia ha bisogno di un mercato dei capitali più profondo per conseguire – con strumenti di mercato – obiettivi di politica industriale. Il capitale privato può accelerare la crescita delle imprese, favorire aggregazioni, accompagnare passaggi generazionali, finanziare innovazione e internazionalizzazione». È in questo contesto che si inserisce il nuovo corso di Fondo Italiano d’Investimento? «Esattamente. Fondo Italiano nasce con una vocazione precisa: contribuire allo sviluppo del mercato italiano del private capital e alla crescita delle nostre PMI. Col Piano Strategico 2026-2030 vogliamo consolidarci come piattaforma nazionale del private capital nella quale competenze, capacità di investimento e conoscenza del mercato vengano messe al servizio delle PMI e dell’economia reale del Paese». Uno dei pilastri del piano industriale riguarda le filiere strategiche. Perché? «Perché è cambiata la geografia dell’economia mondiale. Oggi dobbiamo incorporare anche resilienza, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia tecnologica. Questo non significa autarchia, ma serve per conoscere le proprie vulnerabilità e decidere quali capacità produttive e tecnologiche non possiamo perdere. Perciò guardiamo a filiere come spazio e aeronautica, navalmeccanica, energia e materie prime critiche e alle loro interconnessioni». L’intelligenza artificiale cambierà anche l’industria italiana? «Certamente, ma dobbiamo evitare di ridurre il dibattito sull’AI alle sole società software. L’intelligenza artificiale ha anche una dimensione profondamente fisica. Richiede data center, energia, reti, sistemi di raffreddamento, semiconduttori, power electronics, sensoristica e cybersecurity. Dietro l’AI esiste una nuova infrastruttura industriale. Per un Paese manifatturiero come l’Italia può essere una grande opportunità. Non dobbiamo necessariamente competere in ogni segmento della catena del valore. Dobbiamo capire in quali componenti, tecnologie e sistemi possediamo già competenze industriali sulle quali costruire vantaggio competitivo». Dove vorrebbe vedere Fondo Italiano nel 2030? «Vorrei guardare alle imprese nelle quali abbiamo investito e vedere aziende più grandi, tecnologiche e internazionali, con un’occupazione stabile e qualificata. Nuove piattaforme industriali nate dall’aggregazione di eccellenze italiane, con una quota crescente di investitori istituzionali che investono più capitale nelle nostre PMI. D’altronde il capitale è uno strumento il cui risultato si misura nelle imprese che riesce a costruire. Solo in questo modo rendimento finanziario e interesse del Paese possono incontrarsi».