Il Sole 24 Ore – 22/05/2026 FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO
Geopolitica Nuovi multilateralismi
È l’ultima frase pronunciata da Massimo D’Alema, presidente della Fondazione italianieuropei nel corso del suo intervento di ieri al Festival di Trento a dettare il titolo: «Il rischio è che il multilateralismo si riorganizzi per conto suo. Non con noi, ma contro di noi». Perché è di multilateralismo nei rapporti economici tra nazioni e tra continenti che si è discusso nel panel moderato da Giuseppe De Filippi, vicedirettore del Tg5, e composto, oltre che da D’Alema, dall’africanista Enzo Cursio, da Valentina Meliciani dell’Università Luiss Guido Carli di Roma e da Domenico Lombardi, Ceo del Fondo italiano d’investimento. Un multilateralismo che, più che al capolinea, sembra essere al centro di una mutazione rapida quanto ineluttabile, per assumere degli assetti geopolitici nuovi, per molti versi inediti, ma non per questo meno preoccupanti per l’Occidente. Anche alla luce di quanto sta accadendo nei paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica): «Laddove – ha spiegato D’Alema -i paesi aderenti si sono fatti una banca mondiale per conto loro, proprio per non dovere discutere con noi: e ci hanno messo un fiume di soldi. In altri termini sta crescendo un multilateralismo che prescinde da noi, troppo abituati a un mondo nel quale le relazioni passano comunque da noi. Oggi c’è un sistema di relazioni sud – sud che prescinde da noi. Aggiungo che in Europa ha continuato a prevalere l’idea di un ordine del mondo basato su un’unità dell’occidente che di fatto non c’era più». L’idea che il modello culturale, economico e civile dell’Occidente, cioè la democrazia e l’economia di mercato avrebbero unificato il mondo in un nuovo ordine pacifico è naufragata in un’epoca come quella di oggi in cui il mondo è dominato dal caos e da conflitti non regolati. «Io resto convinto che in questo scenario l’Europa potrebbe giocare una parte importante e credo che l’approccio più realistico è proprio cercare di capire quale sia il ruolo che l’Europa potrebbe giocare nella ricostruzione di un quadro di coesistenza pacifica. Di qui partire con una rete di intese internazionali. Ciò che nel dopoguerra fu una scelta delle classi dirigenti più illuminate europee che sfociò nell’integrazione, oggi diventa un obbligo imprescindibile in un mondo di grandi potenze i singoli paesi europei sarebbero destinati a una progressiva marginalità. Anche perché secondo le stime di Goldman Sachs nel 2070 la prima economia del mondo sarà la Cina, l’India sarà la seconda e la terza sarà quella degli Stati Uniti». Come riuscire dall’impasse? Ripercorrendo la storia, Domenico Lombardi ha rievocato il 1944 «quando a seconda guerra mondiale ancora in corso, a Bretton Woods i delegati di 44 paesi si ritrovarono per trovare una via d’uscita per trovare una sintesi tra politica ed economia che fosse al servizio dell’economia reale. Come? Creando una struttura che fornisse una cornice di stabilità macro fiscale- finanziaria. Il tutto sfociò nella creazione del Fondo monetario internazionale che assicurava la stabilità del sistema dei tassi di cambio funzionale allo sviluppo dei rapporti commerciali tra gli Stati. Oggi che cosa c’è di diverso? In primo luogo l’esplosione della variabile tecnologia: oggi chi controlla le tecnologie controlla quasi la sovranità di interi Paesi: e questo è un primo elemento differenziante. Il secondo elemento di attenzione è la finanza come strumento di allocazione delle risorse: abbiamo bisogno di una finanza paziente, che accompagni la trasformazione industriale e che fornisca capitali, accompagni gli investimenti senza forzarli». Chi non è d’accordo sulla fine del multilateralismo tout court è l’africanista Enzo Cursio che ha sottolineato che semmai ad essere in declino è precisamente il multilateralismo Occidentale. E che proprio l’Africa ha tutte le carte in regola per imporsi come un polo di sviluppo centrale nei nuovi equilibri mondiali: «Basti pensare che nel 2050 il 40% dei giovani del pianeta saranno africani, basti pensare che oggi la crescita media dei Paesi guida dell’Africa è del 6%, con una media del 4,1%: teniamo presente che noi siamo allo 0,1%». Ma come si deve muovere l’Europa in questo contesto? Per Valentina Meliciani : «Unire ai vantaggi dell’economia aperta per rafforzare le esportazioni rafforzando l’autonomia strategica dell’Europa. Senza un ulteriore processo di integrazione europea resteremo ancora indietro».